Se gli elementi archeologici che si riferiscono ad un personaggio antico, per esempio ad un santo, risultano assai utili a collocarlo in un preciso momento storico e permettono, in tal modo, di confermarne l’esistenza e la concreta presenza in un determinato contesto temporale e sociale, altrettanto significativi e preziosi appaiono i documenti iconografici, che rendono possibile la comprensione del nesso fra la personalità storica del santo stesso e le svariate forme di culto a lui tributate nel tempo.

Alcuni ricercatori che si sono occupati delle questioni archeologiche relative a San Valentino, si sono mantenuti in una posizione di grande cautela circa la valutazione dei reperti, denunciandone la scarsità e la difficile decifrabilità.

Ad esempio Agostino Amore, in un suo scritto pubblicato negli Atti del Convegno di studio che si tenne a Terni dal 9 al 12 febbraio del 1974 e che fu dedicato al culto di San Valentino nella storia della città umbra, a proposito della Basilica consacrata al Santo scriveva quanto segue: "Dello stesso tempo (l’inizio dell’VIII secolo N.d.R.) è la notizia dell’esistenza a Terni di una basilica dedicata al Vescovo martire Valentino; nella biografia del papa Zaccaria contenuta nel Liber Pontificalis si legge: Rex (Liutprandus) misit duces satrapas suos pluremque exercitum, et a Narniensum civitate, octavo fere miliario ab eodem rege, eum suscipientes VI feria die, perduxerunt ad basilicam beati Valentini episcopi et martyris, sitam in predicta Teramnensium urbe ducatus Spolitini. Ante cuius fores basilicae isdem rex cum reliquos optimates (il latino zoppica) et exercitu suo sanctum virum suscepit".

Di fronte a queste notizie sono naturali alcune domande: donde ha attinto Beda? Quando fu edificata quella basilica, da chi, per quale motivo; sul sepolcro del martire o soltanto in suo onore? Per il problema monumentale purtroppo nessuna certa risposta ci aiuta; sappiamo soltanto che la basilica sorgeva in un’arca cimiteriale abbastanza antica, risalente almeno al secolo IV (la più antica iscrizione ivi rinvenuta è del 366); da essa nel 1605 il vescovo Giovanni Antonio Onorati avrebbe trasferito, purtroppo in circostanze non troppo chiare, il corpo del martire; ma testimonianze dirette su Valentino dunque non ce ne sono".

Nei medesimi Atti compare pure la sintesi della conferenza tenuta da Adriano Prandi, il quale, se a proposito degli elementi archeologici denuncia una certa loro inadeguatezza a dimostrare con chiarezza l’esistenza storica del Santo, asserisce invece il valore degli elementi topografici, affermando quanto segue: "Purtroppo il caso di S. Valentino è assai complesso: non solo per il mancato, finora, chiarimento dei dati archeologici, ma anche per la scarsità e la non perspicuità degli elementi iconografici. Per contro, abbondano le testimonianze topografiche del culto dì S. Valentino: e in special modo dei conventi e delle chiese a lui dedicate in Umbria e nei territori finitimi".

Sembra comunque di poter asserire con una certa tranquillità e ragionevolezza l’esistenza di testimonianze di culto verso San Valentino risalenti all’epoca paleocristiana; la veridicità di questo importante dato storico parrebbe confermata dalla presenza, presso la basilica valentiniana, di sicure tracce di una cripta semianulare che non sarebbe stata costruita ex novo, ma sopra un ambiente sepolcrale precedente, facente parte di una zona chiaramente cimiteriale.

Lo studioso fa notare come, mentre a Roma il culto per Valentino fu particolarmente presente nei secolo VII e VIII, e proprio in questi due secoli raggiunse la massima fioritura, per poi affievolirsi nei periodi successivi, a Terni esso ha caratteristiche di continuità, testimoniate, tra l’altro, da alcune pitture che rappresentano tutte quante la figura del Santo martire, seppur in atteggiamenti differenti.

Ad esempio, nella chiesa di Santa Maria della Visitazione, detta anche «del Monumento», posta a lato dell’ingresso del cimitero e sorta probabilmente sopra un monumento sepolcrale romano (donde l’appellativo), sulla parete destra c’è un cielo di pitture del XV secolo; nella parte bassa, entro edicolette ad arco in prospettiva, sono affrescate cinque figure, una delle quali riproduce Valentino in abiti vescovili.


Nella Cattedrale il Santo è raffigurato mentre, con la mano stesa, benedice la città dì Terni sorretta da un angelo.


Nella Basilica è effigiato nell’atto di invocare la Vergine Maria, oppure con indosso la veste episcopale, senza, tuttavia, la mitria, o nel momento della decollazione e ancora con accanto santa Teresa.

Anche nella lunetta del portale del fabbricato attiguo alla basilica Valentino compare ancora una volta insieme a santa Teresa, l’uno e l’altra ai lati della Vergine, che porta in braccio Gesù.

Di San Valentino si conserva pure una bella immagine ricamata su di un piviale intessuto d’oro.

Un’altra importante testimonianza della persistenza del culto per San Valentino nel 1600 è costituita dal reliquiario "a braccio benedicente", in cui furono poste le reliquie dopo il ritrovamento del corpo, che, come sappiamo, avvenne nel 1605.

Secondo Augusto Campana, che dedicò all’argomento ampi, ripetuti e approfonditi studi, esiste un’importante testimonianza iconografica relativa a San Valentino nella cattedrale romanica di San Leo, consistente in un piccolo monumento, mancante della testa e molto deteriorato, di valore artistico quasi nullo, ma di grande significato storico ed epigrafico. È posto sulla sommità del portale ad archivolto che si apre all’esterno della navata di destra, circa alla metà di essa, prima del transetto, in corrispondenza della terza campata, e consiste in un bustino, attualmente di altezza pari a 26 centimetri (ma forse, considerando la testa, l’altezza originaria doveva essere di 35 centimetri circa), largo 18 centimetri e sporgente dal muro 14.

Questo bustino era stato molto studiato fin dalla metà del 1600, e, a parere del Campana, tra gli storici si era particolarmente distinto per serietà e perspicacia G.B. Marini, il quale era andato assai vicino alla verità leggendo nell’iscrizione incisa sul monumento "Val(enti)nianus ep(iscopus)". Nonostante che questa interpretazione sia stata successivamente molto osteggiata, essa sarebbe invece proprio quella giusta, e anche il Campana la legge e la integra nel modo seguente: "S(anctus) Val(e)nt(i)nus ep(iscopu)s".

Sicuramente uno dei lavori più interessanti sull’iconografia antica riferibile a Valentino di Terni è quello di Alejandro Recio Veganzones, il quale, dichiarando espressamente il fine che si propone con il suo lavoro, afferma: " ... attraverso lo studio iconografico di quattro immagini antiche del Santo di Terni esistenti a Roma, voglio in un certo modo arricchire e consolidare le conclusioni letterarie ed agiografiche sulla patria, dignità sacerdotale e martirio del Santo, in modo chiaro e critico trattate ed esposte dal P. Amore in due dei suoi ultimi lavori su S. Valentino".

I quattro documenti iconografici che lo studioso esamina sono: una rappresentazione pittorica di San Valentino di Terni che si trova su una parete dell’antica basilica romana di Santa Maria Antica, nel Foro Romano; un’altra che decora le pareti dell’unico e originale cubicolo costruito forse nell’VIII secolo allargando la galleria che immetteva nella zona bassa del cimitero ancora oggi detto di San Valentino; un mosaico che rappresenta la figura mutila di San Valentino e si trova nella nicchia destra della cappella di S. Zenone, appoggiata alla Basilica di Santa Prassede; infine un busto musivo clipeato che decora la facciata dello stesso edificio.

Per quanto riguarda il primo affresco, esso venne alla luce agli inizi del Novecento, durante gli scavi della basilica di Santa Maria Antica, che fece emergere un vero e proprio tesoro di pitture appartenenti all’arco cronologico compreso tra il secolo VI e il IX. Si tratta di un tempio molto particolare, costruito su altri edifici romani ma che ha conservato pure tutti gli elementi tipici della struttura basilicale.

L’immagine di Valentino decora la navata sinistra, insieme a quella di Sant’Abbondio. Essa si trova in un registro, intermedio tra altri due, rispettivamente posti uno sopra e uno sotto, di notevoli dimensioni (quasi 12 metri di lunghezza e 1,5 di altezza), in cui compaiono ventidue santi, undici per parte, con in mezzo l’immagine maiestatica di Cristo. Valentino si trova alla destra, e ogni santo porta, scritto in caratteri greci, alla sua destra l’appellativo "aghios" e alla sua sinistra il proprio nome (nel nostro caso "BALENTINOC"). Non è noto chi sia l’autore materiale di queste decorazioni.

Il santo ternano indossa una veste sacerdotale composta da una tunica bianca e da una casula di color rosso porpora, e ha ai piedi dei calzari di cuoio; in mano porta il Vangelo, che sostiene con la sinistra, mentre le dita della destra sono appoggiate sul bordo alto del libro, a indicarne il contenuto, ovvero la dottrina della salvezza.

Intorno al capo si scorge l’aureola, un disco di colore giallo dorato delimitato all’esterno da un leggero cerchio scuro.

La parte dell’affresco che si è meglio conservata è quella raffigurante la testa: i capelli sono corti e bianchi e presentano la tipica tonsura sacerdotale; il volto è coperto da una barba biancastra e corta, gli occhi sono penetranti, il naso è pronunciato, la bocca serrata, e tutti questi elementi contribuiscono a creare l’immagine di un uomo non troppo vecchio e soprattutto estremamente sereno.

Scrive a questo proposito il Veganzones: "Tutti questi particolari somatici sono distintivi del Santo di Terni e sembrano denunciare l’esistenza di altre immagini, che potrebbero presentare identiche caratteristiche fisionomiche già fissate, che il pittore anonimo di Santa Maria Antica dovette conoscere in altre immagini del Santo ternano".

V’è inoltre da notare che nell’affresco la posizione di San Valentino, come quella di tutti gli altri santi li raffigurati, è frontale.

Gli storici si sono a lungo interrogati su quale potrebbe essere la datazione di questi affreschi; si sono profilate varie posizioni, ma l’opinione prevalente sembra essere quella del Wilpert, che li assegna al periodo del pontificato di Paolo I (757-767).

Il secondo affresco di cui Veganzones offre un’accurata descrizione, e che egli stesso ha individuato come raffigurante San Valentino di Terni, è quello che fa parte di un insieme pittorico e compositivo che decora la catacomba omonima sulla via Flaminia.

Uno dei problemi principali che si pone in merito alla valutazione di questa immagine pittorica riguarda la sua datazione; lo studioso concorda con l’opinione espressa dalla maggior parte degli storici, che ascrivono, gli affreschi al periodo del pontificato di Giovanni VII (705-707).

Un altro interrogativo assai importante concerne l’ispirazione che guidò l’anonimo pittore: in genere si è ritenuto che egli si sia ispirato, per il ciclo sulla vita di Cristo, ai mosaici che decoravano l’ormai distrutto oratorio dello stesso pontefice. Il Veganzones avanza una sua ipotesi: "Secondo la mia opinione si ispirò, per quanto riguarda alcuni santi, ai mosaici delle chiese, come anche alle pitture che decoravano le pareti e i catini absidali di altri edifici di culto. Nel nostro caso bisogna pensare o alla basilica cimiteriale della Flaminia o a quella di S. Maria Antica".

A proposito dell’immagine che raffigura due personaggi vestiti di tunica e pallio un terzo con casula presbiterale e la mano destra alzata in atto benedicente, il Veganzones, al contrario di quanto aveva affermato il Marucchi, ritiene che San Valentino sia rappresentato proprio dalla figura ritratta con la destra alzata: "Dico questo - afferma lo studioso - perché proprio alla sua sinistra - destra di chi guarda - ho potuto leggere in verticale la didascalia latina incompleta di BA/(L)EN/IN/T(VS) e, appena l’appellativo (SCS), sempre alla sinistra del Santo, scritto orizzontalmente in color nero".

Di questo affresco è rimasto poco: infatti, della figura di Valentino resta solo la parte inferiore, perché la testa e il busto sono purtroppo scomparsi; tuttavia ciò che rimane è più che sufficiente a far percepire la somiglianza con il personaggio dipinto nella basilica di Santa Maria Antica.

Il Veganzones riconosce il martire ternano pure in due figure musive presenti nella cappella di San Zenone, un piccolo edificio a pianta quadrata appoggiato alla basilica di Santa Prassede a Roma.

La prima è un’immagine mutila che si trova nella nicchia destra della cappella; questa figura fa parte di un gruppo di tre personaggi, costituito da Cristo Maestro al centro, San Valentino alla sua destra e San Zenone alla sua sinistra.

La collocazione a destra sarebbe una testimonianza della dignità del personaggio raffigurato. Anche in questo caso Valentino tiene in mano un libro e indossa una tunica bianca con sopra una casula rossa, ha le stesse caratteristiche fisionomiche del personaggio presente nell’affresco della basilica di Santa Maria Antica: ampia fronte semicoperta da una capigliatura canuta e assai curata, barba corta e bianca, bocca semichiusa, sguardo penetrante; come nell’altro caso, l’impressione che se ne riceve è quella di una certa maestosità.

La presenza di elementi comuni ricorrente nelle varie raffigurazioni di cui si è detto, confermerebbe l’esistenza di un’immagine-tipo del santo.

La seconda immagine iconografica che il Veganzones prende in esame è un busto musivo clipeato che si trova nel pannello esterno della facciata della cappella di San Zenone; questo pannello consta di due archi musivi con tredici clipei ciascuno; l’arco esterno ha al centro Cristo Maestro, con alla destra e alla sinistra rispettivamente sei apostoli; l’arco interno ha Maria Theotokos nel clipeo centrale, con sei santi a sinistra e sei a destra; il primo clipeo alla sua sinistra è occupato da San Valentino, raffigurato con le stesse vesti e le caratteristiche fisionomiche sopra ricordate.

Lo storico dell’arte francescano conclude il suo studio in questi termini: "Non insisto oltre sull’antica iconografia di S. Valentino. Spero che attraverso le quattro immagini - certamente non molte, ma in numero considerevole per appartenere ai secoli VIII e IX - si sia potuta vedere una costante iconografica che si ripete in maniera da presentarci un solo e unico santo martire Valentino".

Inoltre il Veganzones, parlando di Terni, lamenta il fatto che purtroppo sappiamo ben poco della prima e della seconda basilica di San Valentino, come del resto della necropoli paleocristiana posta intorno ad essa. Tuttavia sostiene quanto segue: "Ma non sarebbe incauto pensare che nella basilica dedicata al Santo e certamente decorata, esistesse di lui qualche affresco o immagine a mosaico, dato che si tratta di un tempio importante e che a partire dalla fine del secolo IV e durante i quattro secoli seguenti, non soltanto nelle catacombe ma anche nelle aule di culto, appaiono scene cristiane e figure dei santi martiri". A proposito dell’esistenza di pitture e mosaici nella basilica antica dedicata a San Valentino, sappiamo dal Boldetti che ve n’erano nella cripta, "dove discendevano i cristiani per venerarlo. Era tutta lastricata di marmi, e di pietre grosse belle; anziché fra le rovine di detta Confessione si sono trovati pezzi di mosaico fatti con grandissima spesa".

Lo stesso autore, riportando il documento pubblico, scritto in latino, relativo agli scavi effettuati nel sottosuolo del coro o cripta di San Valentino, ci informa del fatto che "per tutto l’ambito del Coro, sotto una pietra del secondo altare, fu trovata una Croce dipinta di rosso, tempestata di gemme con diversi colori distinti dalla Croce; su entrambi i lati erano dipinti due animali aventi forma di cavalli e che guardavano la Croce".

Un’altra testimonianza, questa volta tutta ternana, indubbiamente interessante e significativa, anche se di genere completamente diverso da quelle sopra considerate, della presenza di San Valentino nell’arte, è costituita dal melodramma intitolato S. Valentino Vescovo, Martire, Cittadino, e Principal Protettore della Città di Terni, risalente al XVII secolo.

Composto dal ternano Antonio Checchi e musicato da Quirino Colombani da Correggio, fu dato alle stampe precisamente nel settembre del 1699.

Il libretto, dedicato agli illustrissimi Priori e cittadini, compatrioti del Santo, ripercorre la predicazione e il martirio di S. Valentino secondo gli schemi classici del teatro religioso seicentesco.

Mi sembra opportuno, prima di trattare brevemente dell’opera nei suoi aspetti sia contenutistici che formali, tentare di presentare le coordinate socio-culturali in cui il lavoro si colloca.

Terni nel Seicento faceva parte dello Stato Pontificio; dopo la profonda e drammatica lacerazione provocata dalla Riforma protestante all’interno della Chiesa, Roma aveva dato inizio a una fase che potremmo dire di riconquista ideologica, che intendeva non solo proporre la nuova prospettiva religiosa scaturita dal Concilio di Trento, ma anche rispondere alle "provocazioni" della cultura umanistica e rinascimentale. La Chiesa aveva tratto dal confronto con i suoi avversari una vitalità del tutto nuova e una rinnovata volontà di riproporre il proprio patrimonio dottrinale relativamente ai contenuti dogmatici, alle istituzioni ecclesiastiche e alle questioni del culto, in particolare quello concernente la Madonna e i Santi; si intendeva rivitalizzare la fede e la pratica religiosa del popolo cristiano anche attraverso strumenti di propaganda maggiormente incisivi, quali, fra gli altri, una predicazione più intensa, un cerimoniale religioso più ricco, una rinnovata attenzione per l’arte sacra, che non trascurò neppure l’espressione teatrale.

Ed è proprio in questo secolo che Terni conobbe uno sviluppo culturale di portata certamente rimarchevole che, in particolare, si concretizzò, in un’interessante fioritura dì letteratura devozionale e dottrinale, destinata, attraverso continue riproposizioni della passione di Cristo, delle vite dei Santi e degli esempi dei martiri, a edificare e istruire soprattutto i giovani. All’interno di questa produzione molta fortuna ebbe il teatro.

L’occasione per la composizione del melodramma in onore del santo martire ternano, fu data dall’inaugurazione del nuovo altare della Basilica e dalla traslazione del corpo di Valentino nel sarcofago d’argento, che era stato fatto costruire appositamente a Roma e collocato a sua volta all’interno di una cassa di bronzo dorato e cristallo.

La decisione di approntare questo nuovo sepolcro per il patrono di Terni (tale era stato solennemente dichiarato San Valentino con un decreto del marzo del 1644, che aveva recepito l’inequivocabile volontà del popolo ternano) era in realtà già stata presa nell’aprile del 1696, ma le spese da sostenere erano così ingenti, anche a motivo del fatto che si voleva dare all’evento la massima solennità, sottolineandolo con festeggiamenti tali da essere ricordati per la loro fastosità, che la deliberazione di procedere fu presa solo tre anni più tardi, nel marzo del 1699.

Furono minuziosamente fissati tutti i particolari riguardanti la solenne celebrazione e il testo del melodramma venne consegnato dal Checchi nel settembre del 1699.

Dell’autore, cittadino di Terni, sappiamo che possedeva una buona cultura nel campo del diritto e che non era nuovo a esperienze letterarie del genere, tant’è vero che aveva già composto almeno altri cinque libretti in lingua latina, tutti, tranne uno, fatti musicare dal Colombani.

Il testo del S. Valentino è invece composto in volgare, anche perché l’opera era destinata a un pubblico semplice, quello appunto che avrebbe partecipato alla grande festa popolare in onore del Santo.

Lo stampatore fu il ternano Giovanni Battista Legnaioli.

Purtroppo, della rappresentazione dell’opera non si hanno informazioni, né a proposito del luogo in cui avvenne, né sugli interpreti.

Il melodramma si presenta diviso in due parti, precedute da un "argomento istorico", che, oltre a collocare San Valentino nell’epoca in cui visse, anticipa il contenuto dell’opera; in apertura è posta una presentazione dello stesso autore, che, rivolgendosi agli "Illustrissimi Signori e Padroni Colendissimi" di quella città che definisce "nostra comune Patria", tesse un elogio del Santo, ricordando l’evento del 742, ovvero l’incontro tra papa Zaccaria e Liutprando, e menziona l’occasione per la quale il melodramma è stato composto.

Nell’Argomento iniziale si leggono notizie e considerazioni molto significative, soprattutto per comprendere quale fosse la percezione che di Valentino aveva la popolazione ternana; e proprio per questo mi sembra utile riportarne una buona parte: "Fra le rare virtù del Santo Vescovo fu la predicazione Evangelica, la conversione d’infinite Anime distolte dal culto degl’Idoli, non solo in Terni sua Patria, e sua Sede Episcopale, ma anche nelle circonvicine Città: ed in Roma si dimostrò prodigioso nella conversione di Cratone Ateniese, e Latino Oratore, e di tutta la sua famiglia, di San Cheremone figlio del medesimo, quale era da morbo attrativo de Nervi oppresso, in modo, che fermandosegli il Capo frà i Genochi, osso alcuno non era al suo luogo rimasto. Fù questo poi dal Santo Vescovo alla pristina sanità restituito.

A si stupendo miracolo molti Idolatri abbracciorno la Christiana fede, quale con fervore di Spirito publicamente professavano, tra essi fu S. Abondio figlio di Placido Prefetto di Roma. Venne il S. Vescovo, come seduttore del Popolo, e disturbatore della Pace della Città al Senato accusato, prima ammonito da esso a Sacrificare alli Dei, e poscia fatto con verghe di ferro crudelmente battere. In quei Tormenti rendeva infinite grazie a Dio d’esser fatto segno di patir per suo Amore. La gran costanza del medesmo, e la conversione di Abondio provocò l’ira del Senato, il quale per maggiormente affligerlo lo diede in potere del detto Placido Prefetto, che del furore acceso per la conversione del figlio a Christo fece porlo in un aspra Prigione con animo di farlo molto patire, così credendo di poter disponere il Santo Vescovo à Sacrificare à gl’Idoli, e mutar l’animi delle Persone da lui battezzate.

Gioiva il Santo in quei travagli perseverando nella confessione di Christo; per il che Placido ordinò, che venisse fuori delle Carceri nella mezza notte decapitato dubitando, che i suoi discepoli facessero qualche tumulto nel Populo, ed il dilui Sacro Cadavere raccolto venne da Santi Cheremone, Abondio, et altri suoi Discepoli, a cui diedero Sepoltura quasi un miglio fuor della Città di Terni nel luogo dove hoggi si vede la dilui Sacra Basilica".

Valentino, che interloquisce con altri cinque personaggi, ovvero il Prefetto Placido, Abondio e Cheremone, suoi discepoli, Giunio, il capo dei Littori, e il coro degli Idolatri, viene dipinto come un vero eroe della fede, non solo sprezzante di qualunque pericolo, ma anche ansioso di diffondere l’Evangelo e "all’empia idolatria fiaccar l’orgoglio"; infatti l’autore gli mette in bocca il seguente grido:

"Desti semplici armenti / Il sangue invan fia sparso; /Abbatterò gl’Altari, / Abolirò i costumi / Estinguerò de Sacrifici il fuoco; / E servirà di gioco / All’aure vane i pretiosi fumi. / Caderà / Perirà / Lacerata l’ímpietà; / Che già il Ciel mi rende ardito: / Ti disfido a cruda Guerra; / Assorbito, / Incenerito / Nell’Abissi della Terra, / Vano culto se n’andrà".

E ancora, rivolto a Cheremone:

"De fervidi pensieri, / Raffrena ò figlio il corso; / Tutti sovra al mio dorso, / Piombino li flaggelli, Io son felice / Se conseguir mi lice, / Le pene, ed il dolore, / Del flagellato Dio".

Di fronte ai tormenti che gli vengono inflitti, Valentino non tradisce la minima paura, anzi incita i suoi aguzzini, perché in realtà patire per Gesù è per lui una grande gioia:

"Chi dà contenti / Non è Tiranno, / E frà tormenti / Non reca affanno. / Sù, il mio seno lacerate, / Ed à Placido ridite, / Che son labri loquaci, / Delle Gioie del Cuor le mie ferite".

Messo di fronte alla possibilità di salvarsi, rinnegando il proprio Dio, Valentino non vacilla e conferma la sua fede:

"Del vero Dio fido ministro io sono. / Placido, che desij? / Perché turbi la Pace, / Che trà Ceppi, e Catene. / Lieta l’Alma godea / Contemplando del Ciel l’eterno bene. / Nelle lacere Vene / Sangue v’è ancor bastante, / Si sparga pure ...".

Prossimo ormai alla morte, il martire invoca il perdono di Dio per i suoi carnefici, e rivolge l’ultimo pensiero alla sua città e al sacrificio di Gesù, dal quale sente derivargli la forza per sopportare il suo:

"Signor Perdona all’Empij: / Il Caro Ovil, Terni la Patria amata, / Conserva ò Dio nella tua fé costante; / Che accesa del tuo Zelo, / Felice viva, e poi trionfi in Cielo / Mio Signor in dura Croce / Il tuo sangue sparso fù, / Perché morte meno atroce / Soffrir deggio o mio Giesù?".


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